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I Vulcani di Fango etnei o "Salinelle" |
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Lavoro tratto da: |
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| SALLEO PUNTILLO MARIA (2001) - Aspetti geomorfologici delle "Salinelle di Paternò e Belpasso (CT) (Basso versante Sud-occidentale dell'Etna) - Tesi sperimentale di Laurea, Università degli Studi di Catania, Fac. Sc. Mat., Fis. e Nat, C.so di Laurea in Sc. Nat., Relat. Dr. Pietro CARVENI. | ||||
| BENFATTO SANTO (1996)[1] - Geologia della zona di Paternò (basso versante Sud-occidentale del M. Etna) - Tesi sperimentale di Laurea, Università degli Studi di Catania, Fac. Sc. Mat., Fis. e Nat, C.so di Laurea in Sc. Geol., Relat. Dr. Pietro CARVENI. | ||||
| BENFATTO SANTO (1996)[2] - Geochimica di alcune acque sotterranee dell'area di Paternò e studio idrogeochimico e mineralogico delle "Salinelle" - Tesina sperimentale di Laurea, Università degli Studi di Catania, Fac. Sc. Mat., Fis. e Nat, C.so di Laurea in Sc. Geol., Relat. Dr. Pietro CARVENI. | ||||
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Descrizione del fenomeno: Vengono descritte le caratteristiche geologiche e geomorfologiche delle aree dei tre campi di Vulcani di fango, localmente chiamati “Salinelle”, ricadenti nei territori dei Comuni di Paternò e Belpasso (Catania). Il fenomeno pseudovulcanico è noto con il nome “Salse” o “Maccalube” relativamente a qualche zona della Sicilia, mentre più in generale viene indicato con il termine “Vulcani di fango”. Si tratta si strutture che emettono gas e fango più o meno denso e per periodi di tempo molto vari: da qualche ora a diversi mesi. Il materiale
eruttato è una mescolanza di gas, acqua ipersalina, argilla,
idrocarburi e in minor misura, ciottoli poligenici. Il motore della risalita di tali fluidi dal sottosuolo è rappresentato dai gas in pressione, quali CO2 (anidride carbonica), CH4 (metano), H2S (acido solfidrico) He (elio) ed altri ancora, che tendono a sfuggire attraverso vie preferenziali, in almeno due casi si tratterebbe di condotti magmatici, trascinando in questa risalita l’acqua di provenienza profonda e le sovrastanti argille. Per quanto riguarda le "Salinelle" di zona S. Marco la via di risalita del fango sarebbe stata individuata in un condotto magmatico (BENFATTO, 1996[1], CARVENI et al., 2001), lo stesso che ha portato in superficie le lave che costituiscono oggi la collinetta ove esse ricadono: una perforazione eseguita nel 1958 nell'area delle "Salinelle" per la ricerca di idrocarburi (ACCORDI, in CRISTOFOLINI, 1967) ha mostrato una stratigrafia costituita da lave bollose ricche di pirite fino alla profondità di 400 metri. Dato l'esiguo spessore delle colate laviche affioranti nella zona non può che trattarsi quindi di un condotto magmatico probabilmente coevo di quello che ha dato origine alla collina storica di Paternò le cui datazioni assolute hanno dato un'età di 200.000 anni. Lo studio geochimico comparativo tra le acque delle Salinelle e quelle di falda ci induce a ritenere le prime delle acque marine "fossili" (Tabella) verosimilmente contenute in terreni miocenici: si osservano infatti, contenuti in Cloro ed Alcali superiori a quelli presenti nelle acque marine, mentre i solfati, caratteristici delle acque di falda sono quasi del tutto assenti. L'analisi dei rapporti caratteristici di alcuni elementi e di quelli presenti in tracce portano alla medesima conclusione. La temperatura delle acque fangose emesse varia tra 16 e 18 °C e solo in alcune fasi parossistiche del 1866, 1879 e 1954 si sono registrate temperature comprese tra 46 e 49 °C. In quelle occasioni, descritte rispettivamente da SILVESTRI O. e CUMIN G., sono state osservate delle colonne di acqua fangosa alte fino a 1,5 m. Dagli studi effettuati dal secolo scorso ad oggi, spesso è emersa una stretta correlazione tra alcuni eventi sismici della Sicilia orientale, le fasi parossistiche delle "Salinelle" e la variazione anomala della concentrazione dei principali gas emessi. In particolare sono state registrate delle variazioni anomale nell'emissione di He, tipico precursore geochimico dei terremoti, e CH4 in occasione del terremoto di Carlentini del 13 dicembre 1990 (epicentro distante 50 Km, magnitudo 5.1), D'ALESSANDRO et al. 1993. |
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